Forse non tutti sanno che, a partire dagli Stati Uniti d’America, grazie all’entrata in vigore del Titolo IX del 1972, (emendamenti sulle pari opportunità del sesso femminile), per poi estendersi a tutto il mondo, la partecipazione delle donne agli sport agonistici è sensibilmente aumentata sino ai giorni nostri; da 310.000 atlete in attività nel 1971 si è passati alle 3.373.000 del 2010.

Allo stesso modo sono aumentati però anche gli infortuni associati all’attività sportiva agonistica e le relative condizioni patologiche.

Nel 1992 la “Task Force on Women’s issues” of the American College of Sport Medicine (ACSM) utilizzò per prima la definizione “TRIADE D’ATLETA per indicare una sindrome costituita da tre entità cliniche presenti simultaneamente:

  • disordini alimentari;
  • amenorrea;
  • osteoporosi.

Gli sport maggiormente colpiti dalla triade risultarono essere, e lo sono tuttora, i cosiddetti sport estetici (ginnastica artistica e ritmica, pattinaggio artistico e danza) o gli sport di endurance (nuoto, corsa).

L’incidenza della triade resta comunque ancora oggi sottostimata, soprattutto per la scarsa conoscenza e relativa capacità di riconoscimento di allenatori, medici, preparatori  e professionisti che lavorano quotidianamente con le atlete.

Nel 2007 l’ACSM, in un upgrade delle linee guida diagnostiche, ha definito la triade d’atleta femminile come tutte quelle patologie che derivano da un deficit di disponibilità energetica, da una disfunzione mestruale e da una ridotta densità minerale ossea; la novità e la modernità della reinterpretazione clinica della triade e quindi dell’efficacia nella cura, risiede nel fatto che non è più necessario manifestare tutte tre le alterazioni organiche ma, solo la presenza di una o due componenti è sufficiente per collocare un’atleta “sotto l’ombrello” della triade e costituisce un punto di partenza per la ricerca di tutte le altre anomalie.

Analizziamo velocemente le tre componenti:

  • Disponibilità energetica: può essere ottimale o bassa e, in quest’ultimo caso, le cause sono o un inadeguato intake  derivante da restrizioni patologiche, o da un consumo eccessivo rispetto alle risorse dell’organismo. Un parametro indicativo è l’indice di massa corporea o BMI (peso/(altezza)2) che, se inferiore a 17 kg/m2 dimostra un basso apporto energetico, di norma identificato, dal punto di vista calorico, come un introito giornaliero inferiore alle 45 kcal/kg massa-magra. Le misurazioni calorico-antropometriche vanno assolutamente associate ad un’adeguata raccolta anamnestica in merito alle abitudini alimentari, ai ritmi di allenamento, ai disturbi mestruali, al numero e tipo di infortuni e inoltre a una valutazione psicologica e clinica accurata (bradicardia, ipotensione ortostatica, anomalie dentarie, alitosi, rigonfiamento delle guance da flogosi parotidea per vomito autoindotto e sempre per lo stesso motivo il segno di Russel cioè la callosità del dorso di un dito della mano). E’ inoltre importante ricordare che le atlete in sovrappeso posso anch’esse avere un deficit energetico. In merito ai disturbi alimentari infine si deve ricordare come queste atlete hanno un rischio di infortuni da doppio a quadruplo rispetto al normale.
  • Disfunzione mestruale: la funzionalità mestruale normale è chiamata eumenorrea, ciclo di durata di 28 +/- 5 giorni; le alterazioni di questo status fisiologico sono principalmente due, la dismenorrea o oligomenorrea (cicli con intervalli maggiori di 35 giorni o meno di 9 cicli in un anno) e l’amenorrea (assenza di mestruazioni), divisa in primaria (assenza di menarca dopo i 15 anni) e secondaria (assenza di mestruazioni per 3 cicli consecutivi). L’amenorrea funzionale ipotalamica associata con la triade d’atleta è causata da un alterato rilascio di gnRH (ormone di rilascio delle gonadotropine) a causa dell’esercizio fisico prolungato, della perdita di peso e della malnutrizione, sebbene la fisiopatologia non sia ancora completamente chiara. La carenza di gnRH riduce la produzione di LH e FSH dall’ipofisi e, di conseguenza, la produzione di estrogeni e progesterone dalle ovaie. Una volta escluse nelle atlete le patologie tiroidee, l’ovaio policistico  e le neoplasie ipofisarie si può parlare di “amenorrea funzionale ipotalamica”. La riduzione di estrogeni peraltro è poi direttamente correlata, visto il loro ruolo nel mantenimento di un’adeguata densità ossea, all’insorgenza di osteoporosi e alla fragilità strutturale ossea. Il trattamento dell’amenorrea ipotalamica consiste nel ripristino dell’equilibrio tra  intake calorico e consumo energetico così da poter fornire all’organismo i substrati proteici e lipidici per la sintesi ormonale. Oggi l’amenorrea nelle atlete è considerata normale e non si approfondisce la ricerca di altri quadri clinici che possano far pensare alla presenza della triade, conclamata nella maggior parte dei casi e mai riconosciuta e trattata.
  • Ridotta densità minerale ossea (BMD):  la BMD include sia l’osteoporosi (riduzione della densità ossea di circa 2,5 volte i valori normali per età misurati alla mineralometria) che riduzioni transitorie della densità che predispongono maggiormente agli infortuni. Il picco di massa ossea si ha intorno ai 18 anni e il suo massimo aumento tra 11 e 14 anni, periodo durante il quale lo stato nutrizionale deve essere ottimale e l’apporto di proteine, calcio e vitamina D adeguato alle esigenze dell’organismo; la perdita di massa ossea in questo periodo specifico deve essere ridotta al minimo proprio per evitare che l’eventuale instaurarsi di osteoporosi sia irreversibile. La diagnosi di ridotta densità ossea e di osteoporosi è fatta con la DEXA (densitometria assiale a raggi X), esame molto accurato e specifico.DEXA 2

In presenza di un’atleta con ripetute fratture da stress è indispensabile approfondire la diagnosi alla ricerca di un riduzione di BMD e della triade. Il trattamento dell’osteoporosi è in relazione alle cause e all’individuo e può andare da esercizi di riabilitazione finalizzati all’aumento della massa ossea (i cosiddetti weight-bearing exercices), al ripristino delle condizioni nutrizionali e all’integrazione minerale e vitaminica per riportare il metabolismo fosfo-calcico ad un efficace livello di attività (ricordando che normalmente è consigliata l’assunzione giornaliera di 1 g di calcio e 660-800 UI di vit D).

Tutto quello appena detto, riportato tradotto da una delle tante pubblicazioni presenti in letteratura scientifica (che troverete in allegato con altre ritenute dal Lab tra le più moderne e interessanti) in merito alla triade, è oggi assolutamente attuale e deve essere un campanello d’allarme per tutti i professionisti che ruotano intorno a un’atleta le cui problematiche di salute e la tendenza all’infortunio vengono troppo spesso non adeguatamente diagnosticate e di conseguenza trattate.

La prospettiva futura, partendo dalla scarsa conoscenza della triade dai cosiddetti “addetti ai lavori”, deve essere quella di educare atleti, allenatori, preparatori e chiunque abbia un ruolo di assistenza in ambito sportivo, ad una corretta alimentazione che eviti l’instaurarsi di amenorrea e osteoporosi con tutto quanto ne consegue (infortuni e problemi di salute irreversibili), a un pronto riconoscimento dei sintomi e segni della triade stessa e ad un adeguato mantenimento delle condizioni di salute in generale, abbandonando, per esempio, stereotipi assolutamente falsi che adeguata nutrizione significa aumento di peso e riduzione della prestazione.

La strada verso la sensibilizzazione e l’educazione  è lunga e in parte complicata, ma il Lab e tutti i suoi collaboratori perseguiranno questi obiettivi con la stessa tenacia e perseveranza che gli atleti migliori mettono nel loro allenamento.

A corredo troverete tutte le pubblicazioni più recenti e interessanti in merito alla triade.

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